Simone Sarasso torna in libreria in questi giorni con Settanta (Marsilio, pp. 693 € 21,50 ), poderoso secondo volume della trilogia sporca dedicata alla storia di questo paese, il cui titolo si riferisce naturalmente al decennio più oscuro di tutta la stagione repubblicana.
Laddove il primo capitolo, Confine di Stato era rutilante, “fumettoso” e marcatamente debitore di James Ellroy, Settanta è più denso, articolato e guarda a Romanzo Criminale di De Cataldo. Lo stile di Sarasso è sempre cinematico e frizzante, come nel lavoro precedente, ma mentre in quel caso si è rischiato di semplificare la storia d’Italia concentrando fatti e responsabilità in Andrea Sterling, l’antieroe per eccellenza, in Settanta il tiro è stato aggiustato alla perfezione: l’Italia non è mai stata innocente, recita lo strillo in quarta, e qualcuno ne è responsabile, verrebbe da aggiungere. Ho incontrato Simone.
L’Italia non è mai stata innocente…
La frase è “ellroyana”, è la commutazione in salsa spaghetti dell’incipit di American Tabloid e credo che ben descriva l’aria che si respirava nelle strade durante il decennio più buio della nostra storia patria. Se penso all’establishment di quegli anni, tolti forse coloro che furono fatti fuori, non scorgo molte facce innocenti. Allo stesso modo, se penso alla criminalità o al mondo dello spettacolo, vedo squadrenarsi di fronte ai miei occhi un mare di miseria, bassezza e iniquità. E, ancora una volta, il numero di colpevoli mi sembra nettamente maggiore di quelli degli innocenti.
Confine di Stato era forse più “ellroyanao”, Settanta sembra “decataldiano”.
Bè direi che è molto “decataldiano” nell’approccio ai personaggi. Ma è anche “wumnghiano” nell’impostazione, “biondilliano” nel linguaggio e nuovamente “ellroyano” nel ritmo.
Come ti sei documentato?
Il mio lavoro di documentazione è un processo a cascata: prima la rete, poi le biblioteche, infine gli archivi. Parto dalle voci di corridoio e pian piano mi avvicino ai fatti: che sanno di polvere e hanno l’odore della carta ingiallita dal tempo.
Quale è la percentuale di fiction e quale di realtà?
Se in Confine di Stato la percentuale era sicuramente sbilanciata verso il reale (direi 70-30), qui le proporzioni cambiano: a occhio e croce 50-50, dal momento che molti eventi assomigliano a fatti realmente accaduti ma poi cambiano volto repentinamente.
Hai scelto di usare, in molti dialoghi e descrizioni, il dialetto, come mai?
Perché nell’Italia dei Settanta, specie negli ambienti che racconto io, era sicuramente più diffuso dell’italiano. In secundis, c’è una questione poetica: se Confine di Stato era assolutamente improbabile dal punto di vista linguistico, e nella Roma dei Cinquanta si muovevano loschi figuri che parlavano come Bruce Willis, in Settanta l’aderenza alla lingua reale è pressoché totale. Succede l’inverso per quanto riguarda il mix storia-finzione che percorre i romanzi: gli accadimenti di Confine di Stato erano più verosimili, quelli di Settanta sono spiccatamente ucronici. Non didascalicamente (il sequestro Argento assomiglia molto al sequestro Moro) ma di sicuro negli esiti.
Che tipo di oggetto narrativo è Settanta?
È un romanzo. Niente di più, niente di meno. Mi piacerebbe dire che è un romanzo storico, ma, come ho già accennato, in Settanta ciò che è realmente accaduto è un semplice trampolino di lancio. Si parte presto per la tangente. Si va piuttosto in là. Ma non così in là da poter definire il mio secondogenito un romanzo ucronico. Il termine inglese alternate history fiction potrebbe calzare. Settanta è un esempio di alternate history fiction.
Confine di Stato e Settanta fanno parte di una trilogia…. il prossimo è in cantiere, che segmento di storia coprirà?
Direi indicativamente 1981-1994. E sarà costruito per gran parte intorno a una figura femminile.
C’è altro in cantiere ?
Parecchio altro: un fiction a tre mani che probabilmente uscirà nel 2010, la graphic net novel Unite We Stand che sarà in libreria in ottobre, un libro di cui non ho ancora parlato nemmeno al mio editor (solo mia moglie ne sa qualcosa), una spy story, un romanzo apocalittico e uno storico. Sarà un’estate intensa.
Intervista realizzata per il fu Panorama.it
24 Giu
Settanta (Intervista)
Inserito da kaizenj in We call upon the author to explain. Taggato con:aldo moro, alternate history fiction, andrea sterling, brigate rosse, confine di stato, fascisti, Giancarlo de cataldo, Giulio Andreotti, Graphic Novel, james ellroy, licio gelli, Marsilio, maurizio merli, new italian epic, ordine nuovo, p2, poliziottesco, romanzo criminale, sequestro moro, settanta, Simone Sarasso, terrorismo, ultor, United We Stand, vallanzasca, wu ming. Lascia un Commento
21 Giu
La filosofia di Lost (intervista)
Inserito da kaizenj in We call upon the author to explain. Taggato con:24, aristotele, Badiou, Bakunin, battlestar galactica, Bentham, c.s.i, cartesio, deleuze, derrida, dollhouse, dr. house, filosofia, foucault, freud, gramsci, harry potter, heidegger, hume, jack sheppard, jj abrams, Levinas, Locke, lost, new italian epic, nietzsche, pascal, prison break, Rousseu, sartre, sawyer, schopenhauer, serie tv, simone regazzoni, wu ming, Žižek. Lascia un Commento
La filosofia di Lost. La filosofia di Lost? Davvero una serie tv può avere a che fare con la metafisica? O meglio può la metafisica avere a che fare con una serie tv? Fenomenologicamente la risposta affermativa è ineccepibile e La filosofia di Lost (Ponte alle Grazie, pp. 166; 10,20 euro) a firma Simone Regazzoni è la prova che si può condurre un’indagine rigorosa sul terreno della cultura pop sviscerando gli interrogativi “principe” dell’intera storia delle idee. Da Derrida a Heidegger, da Foucault a Freud passando per Cartesio, Gramsci, Aristotele, Nietzsche, Pascal, Schopenhauer, Sartre e Deleuze. Regazzoni, professore alla Cattolica di Milano, riesce, con una scrittura fluida, “narrativa” e accattivante laddove nessuno si era nemmeno avventurato – se non con risultati deludenti, nell’esplorazione della philosphy fiction. Dopo Harry Potter e la filosofia (Il Melangolo, 2008) e La filosofia del dr. House (Ponte alle Grazie, 2007 – con il collettivo Blitris), scandaglia l’Isola con gli strumenti della speculazione, evitando la forma saggio e costruendo uno spin off, un rizoma, di stampo filosofico della serie. Lo ho incontrato.
Tra tutte le serie televisive, perché Lost?
Cominciamo con il dire che molte, tra le nuove serie tv americane, meriterebbero attenzione da parte della filosofia, proprio nella misura in cui rappresentano le grandi narrazioni del nostro tempo. È come se la fine delle grandi narrazioni ideologiche avesse lasciato spazio a un ritorno delle narrazioni forti e strutturate nell’ambito del cinema, della letteratura e in particolare nelle nuove serie tv statunitensi. Con queste narrazioni credo sia urgente confrontarsi, anche inventando nuove forme mutanti di filosofia. Perché oggi più che mia la fiction è parte integrante di ciò che chiamiamo “realtà”. Non a caso, prima di Lost, mi sono occupato di dr. House e di Harry Potter. Quanto a Lost, ciò che in questa serie mi ha affascinato (perché prima di qualsiasi calcolo o ragionamento c’è questo: fascinazione, amore, ossessione da fan: non è possibile lavorare con la cultura di massa senza una certa dose di partecipazione) è stata la capacità di unire complessità e popolarità. Lost è un’opera d’arte – non esito a dirlo – che mostra come si possa essere, al contempo, radicalmente sperimentali e insieme popolari (stiamo parlando di milioni di telespettatori), mescolando filosofia e disaster movie, riferimenti biblici e fantascienza. Il tutto inserito in una narrazione di grande potenza ed efficacia, che sembra avvalorare la tesi di Orson Welles secondo cui la televisione ha una forza narrativa che il cinema non può eguagliare. Ecco il primo fattore di interesse, ai miei occhi, cui si connette immediatamente il secondo: l’effetto poetico di Lost. Umberto Eco, nelle sue Postille a Il nome della rosa, definisce “effetto poetico” la capacità di un’opera di generare sempre letture diverse senza esaurirsi. Ora, Lost è una macchina progettata per produrre le letture più disparate, rendendo lo spettatore una sorta di co-autore. Basta vedere che cosa accade in rete per capire fino a che punto funzioni la macchina narrativa di questa serie. Lost, detto altrimenti, è un universo narrativo in espansione transmediale. Alcune dichiarazione di Damon Lindelof, uno dei creatori della serie, sono a questo proposito molto significative: “Quando la serie sarà finita, e magari secondo le nostre volontà, il pubblico potrà ancora tornare indietro e ci sarà ancora spazio di interpretazione, come in qualsiasi opera letteraria”.
La filosofia e la tv, un rapporto burrascoso…
Sì, per molti filosofi oggi è ancora così. Ma questi filosofi non vanno presi troppo sul serio (Popper in primis naturalmente) se non come sintomo di una resistenza a un processo irreversibile di trasformazione della filosofia di fronte alla tv e, più in generale, ai nuovi media. Oggi non è più credibile, se mai lo è stato, il filosofo che, di preferenza in televisione, dichiara di non guardare la tv o di non possederla. È puro kitsch intellettuale: una caricatura del filosofo buona, ad esempio, per una serie televisiva italiana per famiglie. Certo, le caricature di filosofo non mancano, e devo dire che in fondo le amo molto. Non a caso spesso le uso nei miei libri come personaggi concettuali. C’è chi si chiede dalle colonne dei quotidiani, cito a memoria, “Guardare o non guardare Lost, 24, CSI, e quant’altro?” e chi accusa la televisione di essere un “paradigma pornografico”. Ora, è chiaro che queste accuse non sono altro che una forma di esorcismo verso un oscuro e inconfessabile oggetto del desiderio. Ma come ho già avuto modo di dire, questi filosofi sono dinosauri destinati a estinguersi. Non a caso la più importante rivista italiana di filosofia, Aut aut, dedicava nel 2007 un intero numero alla televisione dal titolo Davanti alla televisione, in cui si parlava anche dell’altro spauracchio di ogni intellettuale culturalmente corretto: i reality, a partire dal Grande Fratello. Presto occorrerà occuparsi anche di questo, a costo di scatenare nuove burrasche.
Locke, Rousseu, Hume, Bentham, Bakunin: troppo facile…
Troppo facile e banale. Lost fortunatamente non è un compendio di storia della filosofia. Altrimenti, almeno per quanto mi riguarda, sarei passato immediatamente ad altro. Sull’Isola ci sono nomi di filosofo come ci sono mille altri indizi letterari, mitologici, tratti dalla storia delle religioni. Sono tutti elementi di un gioco cui prendere parte, ma che non tollera strategie troppo prevedibili. Per questo se ci sono filosofi di cui non mi occupo nel mio libro sono proprio quelli il cui nome compare nella serie. Al di là dei nomi, sono le questioni filosofiche che l’Isola pone a interessarmi, a partire da quelle legate alle idee di mondo (è Desmond che dice: “Non esiste il mondo esterno”), di verità e, più in generale, di complessità. Leggo l’Isola come un sistema complesso cioè un sistema composto da un gran numero di parti che interagiscono in modo non semplice e in cui l’insieme è qualcosa di più della somma delle parti. Per questo chi sostiene, come il razionale Jack, che l’Isola è solo un’isola non arriverà mai a comprenderla. La razionalità di Jack sull’Isola, come nella realtà, è una semplificazione pericolosa. In un momento in cui anche importanti filosofi come Žižek o Badiou sembrano tentati di riproporre le virtù di un mondo ordinato che rompa con le logiche della complessità (tentazione che giudico pericolosa) mi sembra oltremodo interessante riflettere attorno alla questione della complessità così come viene messa in scena in Lost.
La questione dell’alterità, dell’altro, è un tema filosofico (di questi tempi più tangibile che mai) per eccellenza. In Lost è un punto centrale del meccanismo narrativo…
Sì, è centrale al punto che il termine “Altri”, con la maiuscola, diventa nella serie il nome di coloro che si trovano già sull’Isola al momento dell’incidente aereo. La tentazione potrebbe essere qui quella di evocare la filosofia di Levinas, in cui il concetto di “Altri” svolge un ruolo capitale. Ma se non chiamo in causa Levinas è perché in Lost gli Altri sono molto più traumatici di quanto non lo sia Altri in Levinas. Non a caso cito Sarte, en passant, che in una sua famosa opera teatrale fa dire a uno dei suoi personaggi: “L’inferno sono gli altri”. Gli Altri, sull’Isola, sono traumatici, sono una Cosa traumatica. Chi sono davvero? Che cosa fanno? Perché ci rapiscono? Perché ci attaccano? Perché ci imprigionano e torturano? Ecco tutta una seria di questioni che assillano i superstiti nel loro rapporto con gli Altri. Gli Altri, qui, non si lasciano facilmente addomesticare, non c’è nessuna fascinazione esotica verso di loro, ma prima di tutto conflitto e poi interazioni complesse. Ma quello che è più interessante è che agli occhi degli Altri sono proprio i superstiti ad essere Altri: dal punto di vista degli Altri i superstiti sono minacciosi, sono anch’essi Altri, gli Altri degli Altri. Il che significa che siamo sempre Altri per coloro che chiamiamo Altri. Altri è un concetto relativo alla posizione ci chi lo enuncia, come mostra bene John Locke quando afferma che Sayid è uno degli Altri per la Rousseau.
L’Isola viene paragonata alla radura di Heidegger…
Niente di più semplice per chi conosca un poco Heidegger. Credo che Heidegger ci abbia regalato, nel Novecento, uno dei più radicali e interessanti ripensamenti dell’idea di verità. Per farla breve, Heidegger pensa la verità non come adeguazione del linguaggio alla cosa, ma come non-nascondimento, come apertura di un orizzonte che nel suo aprirsi conserva sempre in sé un elemento di opacità, enigmatico e insondabile, una sorta di cuore di tenebra della verità. Per spiegare questa sua idea, Heidegger ha usato la figura della radura: la verità è una sorta di radura che si apre nel cuore di un bosco o di una foresta. Ora, ogni una radura per essere tale – uno spazio illuminato che si dischiude in una foresta – ha bisogno di conservare attorno a sé l’oscurità della foresta. Questa oscurità non è un difetto che nuoce alla radura, ma un elemento essenziale alla radura stessa. Se questa oscurità venisse eliminata, verrebbe eliminata anche l’apertura della radura. Lo stesso accade secondo Heidegger alla verità come radura: essa necessita sempre di un fondo di oscurità per manifestarsi. In Lost incontriamo spesso radure che si aprono nella foresta e che dischiudono una qualche verità: sempre parziale, che conserva sempre un elemento di opacità. Ecco perché ho evocato Heidegger. Più in generale, questa idea di verità è in assoluta consonanza con l’idea di sistema complesso di cui l’Isola è l’incarnazione. E questo con buona pace di quanti pensano che Heidegger sia una sorta di pensatore arcaicizzante e antimoderno. Non a caso il filosofo spagnolo Daniel Innerarity, parlando di come i sistemi complessi abbiano messo in crisi l’idea secondo cui i fenomeni possono essere sempre completamente svelati, ha evocato Heidegger che per primo ha posto l’accento sull’inevitabilità dell’occultamento. Venendo a Lost, direi che l’Isola ci mette proprio di fronte all’enigma di questo occultamento che sta alla base dei sistemi complessi.
Deleuze, Derrida e lo stesso Heidegger. Che cosa c’entrano con Lost?
Cominciamo con il dire che il mio libro non è, né non vuole essere, un saggio su Lost. La filosofia di Lost si presenta come uno spin-off filosofico (non a caso il sottotitolo è philosophy fiction) che prende spunto da un certo numero di questioni sollevate dalla serie per comporre un testo filosofico mutante, che si contamina con l’oggetto con cui si confronta, ne riprende alcuni elementi e strategie, e si propone esso stesso come oggetto filosofico in grado di circolare nella cultura di massa. Come testo filosofico pop. Date queste premesse mi sono preso la libertà di far interagire con l’Isola filosofi che in qualche modo mi sembravano in consonanza con alcune questioni sollevate dall’Isola. Questi filosofi sono i miei fantasmi che ho incontrato sull’Isola. Perché proprio loro? Di Heidegger ho già detto. Per quanto riguarda Deleuze e Derrida, sia l’uno sia l’altro si sono occupati, in momenti diversi, proprio di isole per elaborare una riflessione sullo statuto ontologico della realtà. Come se interrogarsi su che cos’è un’isola significasse interrogarsi nel modo più radicale su che cos’è la realtà o il mondo. Ciò significa che questi filosofi, per altro considerati difficili, si prestavano ottimamente a entrare con le loro questioni radicali nel mio testo mutante. Credo che quanto Wu Ming 1 ha scritto in Noi dobbiamo essere genitori a proposito di un certo modo di fare e concepire la letteratura valga oggi anche per un nuovo modo di fare filosofia: si tratta di portare dentro la popular culture un certo polemos filosofico per non ridurlo semplicemente a un gioco da tavolo accademico. Per parte mia cerco di portare una certa radicalità decostruttiva nell’ambito della pop culture. Perché credo abbia ragione Mark Taylor quando afferma che Derrida aveva sottovalutato il crescente impatto dei media e della cultura popolare.
C’è anche chi accusa Lost, 24, Battlestar Galactica, Prison Break, Dollhouse, ecc. di giustificare la tortura…
Niente di nuovo sotto il sole. C’era chi accusava Il Padrino di giustificare la mafia. Direi che è sempre buona regola di fronte alle opere di fiction attenersi all’idea che non ci dobbiamo aspettare storie con la buona morale incorporata. Altrimenti corriamo il rischio di introdurre anche nell’arte i politicamente o il moralmente corretto. Se c’è un’etica nell’ambito dell’arte, si può star certi che essa non ha nulla a che fare con l’idea di dover produrre messaggi edificanti. Poi naturalmente ciascuno è libero di preferire Il maresciallo Rocca a 24 o Lost. Per parte mia troverei artisticamente preoccupante non vedere in scena la questione della tortura e dei suoi dilemmi in opere d’arte del nostro tempo. E troverei francamente noiose opere che mostrassero quanto è brutta e cattiva la tortura. A un’opera d’arte chiedo che mi metta di fronte anche alla fascinazione che la tortura opera su di noi, alla tentazione che in certi contesti politici essa può suscitare. Mi pare che Lost e 24 facciano bene questo, proprio perché sono opere complesse. E poi non dimentichiamo che il rapporto tra un messaggio e colui che lo decifra non è un meccanismo semplicistico del tipo: vedi la tortura giustificata in una narrazione di finzione quindi giustificherai anche tu la tortura nella realtà. Per capire che tipo di fruizione sia oggi quella della cultura di massa basta vere che cosa accade in rete attorno alle serie tv: non si è mai vista un’interazione così attiva con l’opera d’arte.
C’è anche un pubblico, quello dei giovanissimi per esempio, a cui forse non vengono forniti tutti gli strumenti per confrontarsi con il “meccanismo semplicistico” della giustificazione della tortura…
Che strumenti dovrebbe avere? Chi decide quali dovrebbero essere? Dipende dall’età, dal genere, dal livello di cultura, dal tipo di formazione, dalla classe sociale, dal quoziente intellettivo? Credo che inoltrarsi su questa strada sia molto pericoloso: si arriva inevitabilmente ai comitati dei genitori, dei saggi o degli esperti, fino alla censura. Preferisco il rischio della libertà alla sicurezza della censura.
Il libro usa l’espediente dell’apostrofe, si rivolge a un lettore, anzi a una lettrice…
Sì, mi rivolgo per tutto il libro a un tu femminile (cosa insolita per un testo di filosofia) cui talvolta attribuisco idee e gusti diversi dai miei. All’inizio, nei miei appunti, il tu funzionava come una sorta di sparring partner – non pensavo che avrei mantenuto quella forma. Poiché però, al momento di dare forma al libro, non sapevo bene come orientarmi nel sistema complesso di Lost, ho scelto di farmi accompagnare e forse guidare da una figura femminile. Hai presente quando Kate aiuta Jack o Sawyer a seguire delle tracce nella foresta? Ecco, anche io avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse. Non volevo creare mappe che semplificassero la complessità, così ho scelto qualcuno che mi aiutasse a seguire delle tracce. Perché un tu femminile? Me lo sono chiesto anch’io e anche il mio editor (una donna, Cristina Palomba) che subito non era convinta di questa scelta. Non so perché, ma il fantasma del tu femminile era la dimensione più naturale per la mia scrittura in quel momento. A un certo punto questa forma mi si è imposta. E l’ho accolta senza nessun problema, tanto più che penso, proprio come Derrida, che i filosofi a venire siano donne.
1 Mag
Il 18° Vampiro (intervista)
Inserito da kaizenj in Kingdom of Ink, We call upon the author to explain. Taggato con:cacciatori di vampiri, claudio vergnani, gargoyle books, gotico padano, horror, il 18° vampiro, lavoro, modena, precarietà, vampiri, walpole. Lascia un Commento
L’horror e il gotico italiano sembrano “emergere dalle tenebre” dopo anni passati come cugini minori, come parenti poveri, di altri generi. Snobbati dalla critica, ma non dai lettori, ora vengono legittimati anche dalle case editrici più prestigiose o da quelle più grandi. E poi c’è Gargoyle. l’editore romano indipendente che fin dall’inizio, con tenacia e coraggio, ha puntato tutto su questi generi. Ora che i vampiri impazzano, tutti fanno la corsa ad accaparrarsi questo o quel libro in arrivo da oltreoceano o da oltremanica, eppure, pensandoci bene, il gotico nasce sì dal romanticismo decadente del nord Europa, ma con un’ambientazione tutta italiana con Walpole e Il castello di Otranto. L’autore scrisse nella prefazione che il libro “fu un tentativo di miscelare le due anime della narrativa, l’antico e il moderno. In principio era tutto immaginazione e improbabilità: in seguito, la natura è sempre stata copiata con successo… “.
Allo stesso modo Claudio Vergnani tenta di miscelare l’antico e il contemporaneo, incrociando quotidiano e soprannaturale. Il suo romanzo dal titolo Il 18° Vampiro (Gargoyle, p.p. 544, 14 euro) mette in scena il gotico, con tutti i crismi della narrazione odierna legata alla “probabilità” delle miserie umane, e lo ambienta nella pianura padana: luogo perturbante per eccellenza, con le sue nebbie, i casolari abbandonati, le cisterne arrugginite, i fossati putridi …
Il protagonista, schiacciato dalla vita, sbarca il lunario uccidendo vampiri. Non è un compito difficile – recita la quarta di copertina – ed è sempre meglio che lavorare […] Un paio di colpi di mazzuolo ed è fatta. Forse non è il mestiere più bello del mondo, ma è facile e socialmente utile. Non occorre coraggio o particolare determinazione. Non serve essere animati dal sacro fuoco della giustizia. Serve solo un po’ di pratica e tanta disperazione.
Panorama.it ha incontrato l’autore.
Vampiri… a Modena?
Ho descritto ciò che ho sotto gli occhi e conosco. Non avrei potuto fare diversamente. Per come la vedevo io, la sfida non era azzeccare una location, ma scrivere un bel romanzo, semplicemente. In quest’ottica, come ci insegna Stephen King, meglio allora descrivere ciò che si conosce bene (di Salgari ce n’è uno solo), per cui sono andato avanti con Modena, che è la mia città, e in alcuni luoghi dell’Appennino, a Bologna, e a Venezia che conosco bene e che amo. Certamente c’era anche il piacere di vedere un po’ di anarchia vampiresca dove di solito trovano spazio solo i soliti triti simboli cittadini: zampone, Ferrari, tortellini, ecc… Perciò, come dicevo, il problema era tutto nel raccontare una storia nuova e interessante, per gli appassionati del genere e non. Il dubbio non era quindi dove ambientarla, ma se la storia sarebbe stata valida e piacevole.
Ne Il 18° vampiro uccidere non morti non è una professione eroica e i signori della notte non sono nobiluomini emaciati e galanti….
No, verrebbe anzi da dire che per certi versi ci troviamo di fronte alla classica lotta tra poveri. Una lotta tanto più atroce e impietosa perché sotterranea, priva di regole, dai risultati comunque tragici, chiunque sia a prevalere. Ammesso che qualcuno prevalga e ci sia qualcosa da vincere. I vampiri non vestono marsine o mantelli e i loro uccisori non brandiscono crocifissi. La loro è una professione oscura dove c’è spazio solo per l’amarezza, il disgusto, la frustrazione e la paura. È la lotta di uomini e donne disperati che fanno ciò che fanno non per convinzione, ma unicamente per necessità e per caso, che spesso si intrecciano. È una lotta senza onore che non risparmia né vincitori né vinti, e che entrambi mette di fronte allo specchio impietoso dell’inutilità dei loro atti. Non c’è gloria, non c’è speranza, non c’è scampo. Che poi alcuni dei personaggi siano anche depressi, demotivati e anche francamente limitati rende il tutto più difficile. Ma anche più divertente. I protagonisti scopriranno qualcosa di loro nell’evolversi degli eventi. Alcune rivelazioni saranno scoraggianti, altre saranno invece inaspettatamente consolatorie. Come in ogni vita, del resto.
Come sei approdato all’horror?
Bè, per una considerazione un po’ meschina, devo ammettere. O forse solo infantile. Non facevo che leggere ovunque che il genere horror non era “roba” per scrittori italiani, e che non esistevano romanzi italiani puramente horror degni di essere pubblicati, e così ho pensato che forse si poteva provare a sfatare questo mito molto simile ad una condanna senza appello. Per come la vedo io, il genere è solo un fondale, una struttura portante, indispensabile ma limitata. È quello che riuscirai a inserirvi all’interno che farà la differenza. Sono partito dal presupposto di provare a scrivere un racconto originale e al contempo interessante (che nell’ambito letterario è di per sé l’obiettivo più ambizioso di tutti). Ho usato i “binari” horror per orientarmi da un lato e per sperimentare dall’altro. Lasciando libero spazio ad un’avventura nella quale un lettore non potesse che trovare continuamente (e spero con piacevole stupore) qualcosa di nuovo e non scontato in un contesto, quello della caccia ai vampiri, che nell’ambito della letteratura horror è un vero e proprio “classico”.
C’è spazio per questo genere in Italia?
Non lo so. Dico sul serio. Ma credo che l’esito di questo particolare romanzo ci darà una risposta. Magari parziale e non definitiva ma comunque attendibile.
Come ti sei trovato con Gargoyle?
Posso rispondere in due parole. Alla casa editrice Gargoyle sono a un tempo gentiluomini (e gentildonne) e solidi professionisti. Due caratteristiche che raramente, a mia esperienza, vanno d’accordo. Non mi chieda come perché non saprei rispondere, ma è un fatto che loro ci riescano. È più soprannaturale questo che trovare dei vampiri a Modena
10 Apr
Jonathan Carroll (intervista)
Inserito da kaizenj in Kingdom of Ink, We call upon the author to explain. Taggato con:artigli d'angelo, black cocktail, buzzati, Copyleft, davis, fantastico, fazi, fellini, fo, il mare di legno, Intervista, jonathan carroll, l'assenza, la strada, light years, moran, morante, neil gaiman, noir, Roberts, salter, Shantaram, zuppa di vetro. Lascia un Commento
Jonathan Carroll è uno scrittore bizzarro, o meglio le sue storie sono bizzarre. Tra cani parlanti, amici immaginari che si presentano dopo anni alla porta di casa, padri defunti che tornano per salvare i figli, anime gemelle il cui numero perfetto è cinque, come le dita di una mano; fantasmi, ossessioni, follie e una sarabanda di personaggi degni di un circo, Carroll sta tracciando la sua personale mitologia narrativa, fuori da ogni incasellamento. Qualcuno, e tra questi qualcuno ci sono Neil Gaiman, Stephen King e James Ellroy, pensano sia geniale. Altri, pensano semplicemente sia un narratore con molta, moltissima, fantasia (a partire dai titoli dei suoi romanzi), con un certo gusto per il noir e per l’horror e un vago spessore metafisico. (Personalemente, né l’uno, né l’altro) Lo ho incontrato.
Fazi ha appena dato alle stampe Black Cocktail (pp. 93, euro 13,50), un romanzo breve del ‘90. Potresti fare il mio lavoro e scriverne una recensione?
Il narratore di Black Cocktail, Ingram York, è affascinato dalle storie che racconta Michael Billa, il suo amante buontempone. Billa racconta a Ingram molte storie sul suo pericoloso migliore amico delle superiori, Clinton Deix, il ragazzo più arrabbiato e minaccioso della scuola. Il problema è che Clinton Deix è riapparso nella vita del quarantenne Billa, ma ha ancora quindici anni e “ha delle cose da fare” per le quali gli serve l’aiuto del suo vecchio amico, cose che porteranno a sconvolgere le vite di tutte le persone coinvolte nella vicenda.
Non rileggo mai i miei lavori comunque e quindi non potrei darne un giudizio critico. L’unica volta che ho riletto uno dei miei libri è stato negli anni ‘90, a Hollywood, quando mi chiesero di lavorare alla stesura del soggetto di un film tratto da L’Assenza. Rileggendo quel romanzo, anni dopo averlo scritto, avrei voluto cambiare o editare alcune cose, anche se nonostante tutto devo dire che andava bene.
Il romanzo mette in scena il tema della complementarità tra persone, della felicità, dell’aura che può scaturire dall’incontro tra anime gemelle, eppure il finale è amaro.
Molti pensano che prima o poi si possa incontrare la persona in grado di completarci, come ipotizzato da Platone, e in seguito a questo incontro trovare la felicità. Ma la premessa di Black Cocktail è che non è detto che la completezza sia esattamente come ce la si aspetti o come la si desideri. Come dice l’adagio: “stai attento a ciò che vuoi perché potresti ottenerlo”.
In molti ascrivono i tuoi libri al genere fantastico…
Penso che i critici definiscano il mio lavoro come fantastico perché a loro piace infilare le cose in scatole comode (per loro). Se c’è un detective in una storia allora deve essere un giallo. Se c’è un fantasma, allora sarà horror. In tutti i miei libri uso diversi topos letterari. Un po’ di romanticismo, un po’ di psicologismo, ma questo non significa che io scriva storie romantiche o psicologiche eccetera. Quando mi domandano che tipo di storie racconti, rispondo sempre: “insalate miste”. Quando fai un’insalata mista, usi diversi ingredienti, pomodori, cipolle, capperi, lattuga… Li mescoli un po’, versi il condimento et voilà ecco l’insalata mista. Io mi limito a usare i topos letterari al posto della lattuga nelle mie insalate.
Black Cocktail parte come un noir per poi virare verso il surreale, il magico e il metafisico…
Esatto. È questo che intendo quando dico che scrivo insalate miste. Mi piacciono i piatti con molti ingredienti. Non scrivo hamburger.
Vivi a Vienna da molto tempo…
Molti dei miei romanzi sono ambientati a Vienna come Sleeping in flame, Voice of our shadow e Gli artigli degli angeli.
… è diverso scrivere un romanzo americano da uno europeo?
In molti mi chiedono se c’è differenza tra un romanzo americano e un romanzo europeo. Penso piuttosto che siano i lettori a fare la differenza. Quelli europei sono più aperti e apprezzano diversi generi senza problemi. Gli americani amano particolarmente incasellare i libri, la musica, la pittura. Gli europei sono molto più liberi e trasgressivi. Per esempio non so se Federico Fellini avrebbe potuto avere successo in Usa, cominciando come ha cominciato. La sua opera era fuori dagli schemi, dalla scatola, e questa è una cosa che la sensibilità americana non riesce a comprendere.
Un film come La strada è un racconto fantastico, una fairy tale, ma anche una storia d’amore; ha risvolti sociali e una morale da fiaba ecc. Quando venne filmato, negli Stati Uniti quel tipo di pellicola era una cosa inaudita. Il film e Fellini stesso erano davvero trasgressivi e solo anni più tardi il pubblico americano cominciò a capire la sua grandezza. Lo stesso vale per i libri.
Ambienteresti un romanzo in Italia?
L’Italia è probabilmente il mio paese preferito. Mi piacerebbe viverci, ma avrei bisogno di un benefattore generoso che mi dica: hey eccoti un bel appartamento a Siena, Lucca o Roma, un po’ di soldi in banca, e tutto il tempo che vuoi per andartene a spasso a trovare un’idea brillante per il prossimo romanzo. Magari anche solo per il tempo di scriverlo. Un bel sogno. Nel frattempo vengo in Italia ogni volta che posso, due volte l’anno se sono fortunato, anche solo per perdermi, quasi in coma estatico, a guardare l’andirivieni, giorno e notte.
Cosa hai letto ultimamente che ti ha colpito particolarmente?
Shantaram di Gregory Roberts, Light years di James Salter, Il quinto incomodo di Robertson Davies, The world I made for her di Thomas Moran.
Hai mai letto narrativa italiana?
Molta. Pirandello, Quasimodo, Pavese, Elsa Morante, Eco, Fo, Dino Buzzati… e la lista potrebbe allungarsi.
Hai mai pensato di pubblicare in copyleft?
No.
6 Apr
Il canto dell'Erba
Inserito da kaizenj in Uncategorized. Taggato con:Alet, far west, Il canto dell'Erba, montana, thomas mcguane. Lascia un Commento
Una scrittura rodata da anni di mestiere ma ancora affilata, un romanzo che trova nei particolari, nelle descrizioni e soprattutto nei personaggi una forza inaudita, una tridimensionalità più unica che rara. Thomas McGuane, classe ‘39, è un narratore di razza . Il canto dell’erba (Alet, pp. 224 – € 16) – tradotto armonicamente da Simona Sollai – con poche, rapide pennellate mette in scena le vicende della famiglia Whitelaw, una piccola dinastia di imprenditori del Montana su cui grava lo spirito del fu patriarca Sunny Jim che anche dall’oltretomba detta legge grazie a un testamento blindato, che lega indissolubilmente il suo patrimonio alla figura losca e meschina dell’ex genero Paul Crusoe, costringendo così l’intera famiglia a venire a patti con lui. Sullo sfondo, a fare da controcanto, il West con tanto di cowboy e natura incontaminata: un mito polveroso, divorato proprio da personaggi come Paul, ma che in qualche modo entra sempre in scena per sparigliare le carte dei protagonisti, come quando Evelyn si perde nella neve in seguito a una “notte brava” con indosso un vestito da sera degno di un cocktail party a Manhattan o cerca consiglio e rifugio nel ranch dove è cresciuta sotto l’ala prorettrice, e un po’ burbera, del vecchio Bill, che da sempre veglia sui Whitelaw: unica vera figura paterna che McGuane lega proprio al “concetto” di West. Un concetto che l’autore conosce in prima persona vivendo in un ranch a sua volta. In un’intervista rilasciata a Robert Birnbaum di Identitytheory, parlando del titolo del suo libro, lo scrittore del Michigan sottolinea con forza come le vicende umane, anche quelle più abiette, debbano fare i conti con qualcosa di più grande e impassibile come il canto dell’erba: “[…] Sei certo che alla terra non importa un bel nulla se tu resti o te ne vai… E poi, ti prende questa impressione di essere in balia della natura. E la cosa inizia a piacerti. Ti piace la sensazione di vivere all’interno di un ciclo che è più importante di te; e che ha una specie di qualità ritmica, eterna che è rassicurante. È un po’ a questo che si riferisce il titolo.”
La stessa sensazione che provano i protagonsti del libro alle prese con la trama e che prova il lettore che si immerge in questo libro. All’inizio ci si trova in balia della narrazione di McGuane, per poi entrare nel meccanismo delle sue parole, il cui ritmo, tra ironia e dramma, inizia a piacere, a diventare familiare. “Il canto dell’erba” entra in circolo lento ma inesorabile. Un classico romanzo americano d’altri tempi, come non se ne vedevano dai tempi di Updike e Faulkner; senza effetti speciali, senza epica o manifesto spessore politico-sociale, eppure dotato di una potenza evocativa straordinaria, quasi metafisica, nascosta nei dettagli e per questo subliminalmente efficace.
articolo pubblicato su Panorama.it
21 Mar
Luchadoras, una storia violenta
Inserito da kaizenj in Bang smack crack, Kingdom of Ink. Taggato con:001 edizioni, adelphi, Amnesty International, Chihuahua, Ciudad Juárez, femminicidio, Graphic Novel, il luogo più pericoloso del mondo per le donne, Luchadoras, machismo, Messico, Nuestras Hijas de Regreso a Casa, omicidi misteriosi, ossa nel deserto, Peggy Adam, Sergio González Rodríguez, Serial Killer, violenza sulle donne. Lascia un Commento
Una storia violenta, cruda, senza spazio per facile retorica o sociologia da strapazzo. Una storia violenta, al femminile, che non lascia scampo né redenzione. “Luchadoras” (001 edizioni, pp. 96, € 15), il graphic novel della francese Peggy Adam; mette in scena la drammatica realtà di Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico; attraverso la vicenda di Alma, una ragazza giovane che deve lottare quotidianamente con la ferocia machista. Lo scenario è quello portato alla ribalta nel dalla denuncia di Amnesty International, dalla associazione “Nuestras Hijas de Regreso a Casa” e dal libro del giornalista Sergio González Rodríguez, “Ossa nel deserto” pubblicato in Italia da Adelphi. Negli ultimi tre lustri, oltre seicento donne sono scomparse, di queste, quattrocento sono state ritrovate cadavere: tutte vittime di violenze sessuali e decedute in seguito a strangolamento. Il colpevole o, più ragionevolmente, i colpevoli sono avvolti nel mistero e le autorità non sembrano portare avanti le indagini con la dovuta solerzia, tanto da destare non pochi sospetti di un coinvolgimento diretto. Gli omicidi si ripetono e si somigliano, e riguardano donne adulte, adolescenti e persino bambine. Un’ecatombe senza precedenti che ha reso Ciudad Juárez il luogo più pericoloso del mondo per il sesso femminile.
Alma rientra nella descrizione tipo della vittima: origini umili, minuta, capelli scuri e lunghi. La sua è una storia di abusi domestici perpetrati da Romel, il marito violento e meschino, e di abusi sociali che la costringono, ogni giorno, a subire le “attenzioni” maschili, al bar dove lavora, per la strada, da un ufficiale di polizia che si propone di scortarla a casa dopo il ritrovamento dell’ennesimo cadavere e dagli amici teppisti del marito. Ma Alma cammina a testa alta, è una combattente, una luchadora appunto. Al contrario della sorella, che rimane incinta proprio del cognato, non si dà per vinta e reagisce. Spera in una vita migliore per la sua bimba e soprattutto vuole rispetto per sé, con grinta. Un dialogo su tutti: Romel: Non alzare la voce con me Alma - Alma: Se no? La tua banda di rammolliti viene qui a menarmi? In dieci contro una donna. Veri campioni di coraggio!
L’unico uomo gentile che incontra sulla sua strada è Jean, un turista americano, che si infatua di lei e che verrà coinvolto nella spirale di violenza che risucchia l’esistenza della protagonista; alla fine anche lui le volterà le spalle, tornando alla sicurezza e alla “rispettabilità” del suo mondo. A lei non resta che una scelta brutale, una soluzione cruenta per un’esistenza cruenta.
Il tratto semplice, “sgrammaticato”, naïf di Peggy Adam calza a pennello al tono realistico della vicenda, focalizzando l’attenzione sugli eventi, sui dialoghi, sulla cronaca del femminicidio e sui luoghi. I disegni non distraggono, ma raggiungono lo scopo e si attaccano dolorosi al polpaccio del lettore come un mastino, sgraziato e devastante.
Articolo pubblicato su Panorama.it il 18 marzo 2009
14 Mar
Coltrane, il graphic novel
Inserito da kaizenj in Bang smack crack, Kingdom of Ink. Taggato con:a love supreme, Alice Coltrane, be bop, Bill Evans, Black Panther, black velvet, Duke Ellington Archie Shepp, Elvin Jones, Eric Dolphy, free jazz, fumetti, Graphic Novel, jazz, john coltrane, Ku Klux Klan, Malcolm X, McCoy Turner, Miles Davis, new york, Olatunji, paolo parisi, Thelonious Monk. Lascia un Commento
Coltrane (Black Velvet, 128 pp. 13 €) è un graphic novel jazz. Non solo perché narra a fumetti la vita di John Coltrane, ma perché del jazz ha la struttura, il ritmo, il fraseggio. Dopo tante biografie sul sassofonista per antonomasia, ecco finalmente il formato perfetto che si adatta in pieno all’ascolto e al ritmo della sua musica: il fumetto. Paolo Parisi esegue con gli strumenti della scrittura e del disegno una lunga suite, plasmata su A love supreme. Dal capolavoro di Trane prende le mosse la suddivisione in capitoli della storia, Acknowledgement, Resolution, Pursuance e Psalm, una suddivisione che non segue un ordine cronologico lineare ma che evoca l’itinerario mistico del disco e lo interseca con la vita del musicista e per traslato dell’America. Dall’infanzia difficile nella Carolina del Nord agli incontri con Thelonious Monk, Duke Ellington Archie Shepp, Elvin Jones, McCoy Turner, Bill Evans e naturalmente Miles Davis ed Eric Dolphy; il rapporto con questi ultimi due è forse il tema più toccante, un vero “assolo” che percorre tutta la storia. E poi Malcolm X, le Black Panther, il Ku Klux Klan, l’eroina, le donne – Naima e Alice – e la spiritualità, la politica, le sperimentazioni e le aperture al free jazz, le sessioni in studio e il mitico concerto al centro di cultura africana Olatunji a New York nel 1967. Il tratto è essenziale, scarno: bianco, nero e grigio sono per Parisi quello che Fa, La bemolle e Si bemolle sono per A love supreme, note base di partenza, un fulcro semplice su cui costruire un’opera vibrante, clamorosamente evocativa, dall’intreccio complesso e dalle sfumature ricche e profonde. I testi del giovane autore si muovono dal grave all’acuto, come un improvvisatore che segua o contrasti l’accompagnamento grafico. È una narrazione ostica, difficile, che va avanti e torna indietro di continuo, che subisce impennate improvvise e stacchi laceranti eppure scorre fluida ed energica perché ha un segreto: è puro suono, proprio come “fu in principio”. E per questo il modo migliore di leggere e guardare Coltrane è quello di mettere sul piatto A love supreme, abbassare la puntina e voltare le pagine.
Articolo pubblicato su Panorama.it il 27 febbraio 2009
13 Mar
Espianti (Intervista)
Inserito da kaizenj in Kingdom of Ink, We call upon the author to explain, new italian epic. Taggato con:adozioni illegali, buddismo, capitalismo, coinvolgimento italiano nel fenomeno del traffico di organ, commercio illegale di corpi umani, crisi economica, Espianti, filosofia, fiume invisibile, frontiera, Giulio Milani, Giuseppe Catozzella, Hoellequebecq, India, induismo, Kumbha Mela, McCarthy, McInerney, Mondadori, new italian epic, nichilismo, nietszche, oggetto narrativo non identificato, prostituzione, razionalismo occidentale, roberto saviano, schiavitù, signoraggio, Terza Via, terzo mondo, traffico d'organi, traffico di esseri umani: prostituzione, transeuropa, trieste, Wallace, Zanzotto. Lascia un Commento
Espianti (Transeuropa, pp. 300, € 14,90) è un calcio al basso ventre. Un meccanismo a orologeria potentissimo che fa girare i suoi ingranaggi tra cronaca, reportage, noir, thriller e metafisica aprendo un baratro profondo, un abisso in cui guardare. E come scriveva Nietszche, l’abisso ha cominciato immancabilmente a guardarci a sua volta. Espianti fa questo effetto. Un vuoto pneumatico di consapevolezza che si apre come una piccola crepa nella coscienza pulita di un intero paese di “brava gente”.
Una setta segreta di suicidi, tutti appartenenti all’alta società; un funzionario del ministero degli Esteri e l’omicidio di sua figlia, un fascicolo dei servizi segreti, un amore adolescenziale, il commercio di vite umane, il mistico fiume invisibile indiano e la storia del giovane Livio a fare da collante…
Ispirato a una vicenda reale – un’indagine della magistratura sul traffico di organi dal terzo mondo al nostro paese – il libro di Giuseppe Catozzella a poche settimane dalla pubblicazione è già in ristampa e Roberto Saviano lo ha commentato così: «questa è scrittura che fa aprire gli occhi sulla realtà più oscena. Quella più nascosta. Che nessuno vorrebbe mai vedere.»
Ho incontrato l’autore, che ha lavorato per due anni a contatto col magistrato incaricato della prima e più completa indagine sul traffico di organi umani verso cliniche italiane.
Come ti sei documentato per scrivere Espianti?
In Italia non esiste praticamente niente sul tema del traffico di organi nel nostro Paese. È appunto un tema “fantasma” che, peraltro, mette insieme benissimo quella che io reputo essere la struttura portante del Paese, la collusione tra criminalità organizzata, potere economico e amministratori pubblici. Quindi, dopo un lungo periodo di ricerche, sono faticosamente riuscito a entrare in contatto con un magistrato che sta collaborando alle prime indagini di una Procura italiana sul traffico di organi fino ai nostri ospedali.
Cosa hai scoperto? A che punto sono le indagini?
Ho scoperto quello che il segreto istruttorio ha permesso al magistrato di dirmi. Ovvero che in Italia c’è il sospetto – finché non sarà provato con una sentenza – di traffico di organi umani che arrivano da persone che provengono dai Paesi del cosiddetto Terzo mondo. Le indagini sono ancora sotto segreto istruttorio. Il segreto naturalmente è tassativo e finché non decadrà non si potrà dire nulla. Posso dire però che di certo le indagini sono il motivo per cui il ministro Maroni ha parlato pubblicamente di un coinvolgimento italiano nel fenomeno del traffico di organi.
Perché hai deciso di affrontare questo tema?
La fase delle ricerche è stata molto lunga, fino a entrare in contatto con il magistrato. Ho deciso di scrivere un libro perché credo nel potere della parola e nella necessità della testimonianza. È il modo che abbiamo per cambiare le cose. Il caso di Saviano è da questo punto di vista esemplare. In un Paese “addormentato” è necessario tenere vigile l’attenzione.
Cosa succede tra Italia e India?
Tra Italia e India c’è lo stesso rapporto – riguardo al tema del traffico di organi – che c’è tra Italia e altri Paesi del terzo mondo. Nel corso delle mie ricerche molte volte mi sono imbattuto in addetti ai lavori che tranquillamente parlano di un “buco” nella frontiera italiana all’altezza di Trieste, come spiego anche nel romanzo. Ecco, quello è uno dei canali privilegiati attraverso cui passano esseri umani per i quattro fatti malavitosi che riguardano il traffico di esseri umani: prostituzione, adozioni illegali, schiavitù e traffico d’organi. Recentemente ho scritto un articolo aggiornato all’ultimo congresso mondiale in tal senso che parlava di cifre spaventose. Si tratterebbe di 800 mila individui che ogni anno verrebbero trafugati dai loro Paesi di origine, e destinati al traffico di esseri umani.
Perché hai scelto di raccontare in particolare l’India e non un altro paese del terzo mondo?
L’India è un Paese con 1 miliardo e 300 milioni di abitanti ed è il ricettacolo perfetto per ogni criminalità che operi attraverso il commercio illegale di corpi umani. Nel corso del Kumbha Mela, poi, che è il più grande raduno dell’umanità con 60 milioni di persone ammassate per due mesi in una sola città, a ogni manifestazione decine di migliaia sono i dispersi. La mia scelta nel romanzo del Kumbha Mela come luogo in cui avviene la cattura dei corpi non è solo suggestiva da un punto di vista religioso e folcloristico ma è anche molto molto verosimile.
Sei laureato in filosofia teoretica, come ha influito la tua formazione sulla stesura di Espianti?
La mia formazione filosofica ha molto influito nella stesura del romanzo poiché ho tentato di “reinterpretare” la crisi che l’Occidente e l’Italia stanno vivendo in questi anni da un punto di vista strutturale. In questo senso la tradizione induista prima e buddista poi – alla luce delle quali leggo il razionalismo occidentale, che ne ha causato il nichilismo e l’abbrutimento materialista che oggi tutti stiamo vivendo in termini di crisi economica – hanno molto influito sulla mia formazione. Esse inverano infatti tutto il percorso del pensiero occidentale, a mio modo di vedere. La questione che percorre tutto il romanzo della Terza Via altro non è che la suggestione del superamento tutto occidentale della contrapposizione tra materialismo da una parte e spiritualismo dall’altra, con la decisa vittoria del materialismo (capitalistico) che ora sta inesorabilmente mostrando i vuoti di senso da cui è stato generato. Questa stessa separazione tra spirito e materia tutta tipica dell’occidente è la stessa causa del più aberrante dei crimini che il mondo occidentale ha prodotto – considerando il corpo come oggetto, appunto: il traffico di organi umani.
Perché hai preferito il registro narrativo a quello saggistico?
Il registro narrativo è l’unico che mi è congeniale, e poi ovviamente può arrivare a più persone. Nel mio romanzo si mischia però con alcune parti di filosofia occidentale e orientale e con tratti che ricordano la cronaca giudiziaria. È dunque un ibrido, come peraltro è già stato più volte definito. Credo che questa sorta di natura composta sia qualcosa da cui sarà difficile tornare indietro, se lo scopo rimane quello di voler dire la realtà dei nostri giorni. Credo non sia solo una forma in fieri, ma una forma essa stessa.
Come ti trovi con un editore come Transeuropa?
Transeuropa è una piccola casa editrice. Molto diversa da Mondadori, per esempio, per cui io lavoro come consulente freelance da molti anni. Ha i vantaggi e gli svantaggi delle piccole dimensioni. Rapporti molto più “umani”, molta attenzione al singolo titolo. Ma anche meno presa sull’immaginario collettivo, meno presa sui giornali, insomma meno visibilità. Certo dentro Transeuropa si fa un buon lavoro. E credo che Giulio Milani sia davvero un buon editore e anche un buon editor.
Quali sono le tue ispirazioni letterarie?
Leggo molto i classici, credo che per molte cose siano molto più cristallini e lucidi. Poi mi piace la letteratura di critica. Poi Hoellequebecq, Wallace, McCarthy, Zanzotto, McInerney.
Cosa pensi del dibattito in corso sul new italian epic? “Espianti” potrebbe essere un cosiddetto “oggetto narrativo non identificato”?
Espianti è certamente un oggetto narrativo non identificato – anche se mantiene un primato narrativo importante, appunto. Molto sinceramente credo che l’etichetta del NIE sia piuttosto grossolana, applichi maglie troppo larghe, anche se ricalca certamente ciò che dicevo prima sulla forma in fieri che si cristallizza in forma assoluta. E credo che questa questione della forma sia applicabile in generale alla realtà di oggi. Ancora in generale trovo che la critica in Italia manchi da troppo tempo di un punto di vista più profondo, come dire “filosofico”, nel senso di ben strutturato e coerente e coraggioso, anche (credo che vengano più privilegiate le appartenenze, invece, un certo signoraggio). In mancanza di un punto di vista forte non può che soffrire un po’ di rabdomanzia, per così dire. Trovo che il NIE sia uno spunto interessante. Da trattare come spunto per approfondire.
Articolo pubblicato su Panorama.it l’8 marzo 2009
10 Mar
L'ultimo imbecille, intervista ai Ministry
Inserito da kaizenj in Noise, We call upon the author to explain. Taggato con:13th planet, Al Jourgensen, As I Lay Dying, Beach Bum, Beauty and the bestseller, bible belt, Black Sabbath, butthole surfers, casa bianca, Codice da Vinci, country, cover up, creative coomons, Dan Brown, danzig, dark angel, dead kennedys, emo, exodus, Fear factory, Filth pig, george w. bush, hardcore, Houses of The Molé, human league, in extermo, intervista ai ministry, ΚΕΦΑΛΗΞΘ, jello biafra, johnny cash, just one fix, Killing Joke, los angeles, lsd, Marylin Manson, merican Recordings, Micheal Connelly, middle class, ministry, negazione, new world order, new york, Nine Inch Nails, peer to peer, pet shop boys, prong, Psalm 69, rio grande blood, sacramento, Shadows Fall, slipknot, soundgarden, stephen king, thrash, Throbbing Gristle, Tom Clancy, tommy victor, un imbecille alla casa bianca, vaticano, velvet rimini, vinile, William Burroughs, zos kia. 1 Commento
L’ultimo imbecille ha lasciato la Casa Bianca e i Ministry hanno chiuso bottega. Per citare i Throbbing Gristle (che poi si sono smentiti) – e noi Kai Zen quando abbiamo chiuso quelle stronzate di myspace e facebook – : la missione è terminata. Una missione, nel caso dei Ministry contro la dinastia Bush, iniziata negli anni ‘90 con ΚΕΦΑΛΗΞΘ, meglio noto come Psalm 69: The Way to Succeed and the Way to Suck Eggs (presidenza di G. Bush sr.), proseguita con Houses of The Molé, Rio Grande Blood e terminata con The Last Sucker (le due presidenze di G.W. Bush). Per chiudere il cerchio i nostri hanno dato alle stampe anche la versione live di Psalm 69, Adios… Putas Madres, e Cover Up, un disco (raccolta) di cover per l’appunto, come volessero pagare a fine corsa i loro debiti sonori, ma anche la controparte, lo ZOS del KIA, Il Nirvana, del Samsara, lo Yin dello Yang, dell’intera missione; un brano su tutti: What A Wonderful World, specchio di N.W.O.
Un paio di anni fa mi è capiato di intervistare i Ministry in occasione di un loro live italiano. Rimestando nell’hard disk ho ritrovato il file…
Ministry, 15 agosto 2006, Velvet – Rimini
A dieci anni esatti dalla loro prima venuta in Italia i Ministry tornano. Tornano anche alle sonorità che li consacrarono negli anni ‘90, assieme ai Nine Inch Nails, ai vertici del crossover industrial (era l’89 quando uscì The Mind Is a Terrible Thing to Taste e il ‘92 quando uscì Psalm 69) dopo alcuni album che definire interlocutori è gentile.
La prima volta è stata a Jesolo, il tour era quello di Filth Pig, un disco uscito da poco che lasciò tutti di stucco e con l’amaro in bocca anche se dovevamo ancora digerirlo. Là sulla spiaggia (!) però capimmo tutti subito che i Ministry dal vivo erano in grado di trasformare anche i brani di Filth Pig in qualcosa di inaudito e quando Jourgensen dopo aver aperto il concerto con Psalm 69 e aver ipnotizzato tutti, imbracciò il mandolino e attaccò con Reload, capimmo. Capimmo che sarebbe stato uno dei concerti più belli della nostra vita. E infatti fu così. Il culmine: una Scarecrow acidissima e psichedelica tanto da farci intravedere uno spaventapasseri enorme incastrato tra la struttura portante del palco. Pura allucinazione collettiva.
Due lustri, quattro dischi in studio, tre live e una compilation dopo sono di nuovo qui. Non sono del tutto convinto di questo ritorno ai ‘90 di cui sopra. La peculiarità dei Ministry è sempre stata quella di essere un passo avanti anche a costo di non accontentare nessuno, anche a costo di deludere ferocemente. Non so se Houses of the Molé e Rio Grande Blood mi piacciono davvero. Il primo è lo specchio di Psalm 69 ma senza quell’appeal “quasi pop” che ti costringe a canticchiare i ritornelli per quanto distorti e martellanti (N.W.O su tutti) e il secondo mi sembra un gran disco ai confini con il thrash, con certo metal e nu metal ma non un disco coraggioso. Quello che gli manca è lo spirito iconoclasta e sperimentale della grey area, dell’industrial. Trent Reznor ormai è un star dello show business e gli Einstürzende Neubauten sono la colonna sonora di molti intellettuali radical chic ma comunque sono ancora in grado di osare, di stupire, di spingersi oltre a prescindere dal pubblico e da loro stessi. È lo stesso per i Ministry?
La prova del fuoco è sempre quella del live per le formazioni di questo tipo. E se dal Beach Bum di Jesolo mi sento legato anche a Filth Pig, da questo concerto al Velvet mi aspetto di sentirmi legato anche a Rio Grande Blood e Houses of the Molé.
Ed è proprio da questi due dischi che i nostri attaccano, senza pietà, all’arma bianca. La formazione sul palco è una sorta di supergruppo, oltre al fido Mike Scaccia ci sono Tommy Victor dei Prong, Paul Raven dei Killing Joke, Joey Jordison degli Slipknot e John Bechdel dei Fear Factory. La macchina da guerra macina e stritola note su note senza pietà anche se l’acustica del Velvet non è un granché.
L’acme della prima parte è raggiunto da Lies Lies Lies. Le immagini proiettate alle spalle del combo si susseguono veloci. Bombardamenti, cannoni, Bush, volti sofferenti, dollari. Il pezzo incalza, i campioni scandiscono il ritmo, il pubblico ondeggia. L’energia sale e l’ormai imbolsito Jourgensen sembra aver trovato la dimensione live dopo un paio di brani passati a fare un po’ la rock star. Lo spirito punk si fa largo finalmente. Da qui in poi si va felicemente in discesa, Il pubblico è conquistato ed è il momento di sfoderare gli assi nella manica e saltare nel passato con la nuova formazione. Quello che segue è puro delirio. New World Order è mostruosa, Just One Fix oltre ogni aspettativa e Thieves, sì addirittura Thieves, suonata così sembra un pezzo in arrivo dal 2015 e non dal ‘89.
Non ho più voce. Ho urlato a squarciagola con tutte le mie forze: thieves, thieves and liars, murderers, hypocrites and bastards.
Il concerto sembra non dare tregua a chi si è immerso nei gorghi delle prime file. E poi. Poi ecco ci siamo. Il coup de théâtre che mi aspettavo arriva. In molti alla fine si lamenteranno, storceranno il naso, si annoieranno, ma chi era a Jesolo si ritrova punto a capo. La melodia si fa lisergica, dilatata, mediorientaleggiante, lo schermo alle spalle del cubano e della sua band fa scorrere le immagini di Lawrence d’Arabia. Non posso metterci la mano sul fuoco ma il brano, dovrebbe essere Khyber Pass. O meglio la sua versione immersa nell’olio di hashish e nel LSD. Sembra quasi un incrocio tra Bloodlines, Unsung, Hizbollah, Dreamsong, Scarecrow e Kaif in una improbabile summa tossica degli ultimi 18 anni di Ministry. Il pezzo si allunga, Jourgensen se ne va e il gruppo resta sul palco in preda a feedback degni dei primi Sonic Youth. In molti si guardano attorno straniti, in attesa. Il concerto è finito.
C’è un attimo di esitazione, il pubblico aspetta qualche secondo prima di riprendersi e chiedere a gran voce il bis.

Ed è proprio in quel momento che il cerchio si chiude davvero. Dieci anni fa così cominciava e oggi così finisce: Congregation, please be seated and open your prayer guides to the book of revelations, psalm 69.
Alla fine vado via soddisfatto. Houses of the Molé è stato un po’ trascurato, ma forse Warp City è troppo simile a Jesus Built My Hot Rod e se non hanno suonato la seconda suonare la prima sarebbe stato come ametterne l’inferiorità. E questo vale per tutto il disco in questione.
Rio Grande Blood non mi convince ancora a pieno ma come Filth Pig mi rimarrà nel cuore. Non sarà uno di quei dischi dei Ministry che conosco a memoria e che non smetto mai di ascoltare, ma comunque la strada è più o meno quella giusta, anche se io spero sempre che prima o poi si decidano a fare un disco country con tanto di steel e slide guitar. (Credo che abbiano esaudito la mia speranza. Sembra infatti che presto uscirà qualcosa di smile a nome Buck Satan & the 666 Shooters. N.d.J.)

A poche ore dall’inizio ho incontrato uno straordinario e gentilissimo Tommy Victor con cui ho chiacchierato naturalmente dei Ministry, dei Prong, di politica, di country, di metal e di economia.
Come sta andando il tour europeo?
Alla grande. È fantastico. abbiamo suonato a un sacco di festival e in un paio di club. In germania a Dresda è stato favoloso. Al Wacken Open Air invece c’erano troppi fan del power metal e ci hanno accolti come se venissimo da un altro pianeta. In Spagna al Metalways ci siamo divertiti, è un festival davvero ottimo. Ottima anche la data al club di Vienna del 9 agosto.
Come funziona la nuova line-up dal vivo?
È una macchina perfetta. Joey (Jordison degli Slipknot N.d..J.) è uno dei batteristi migliori che ci sia in circolazione. È l’unico che sia riuscito a suonare il nuovo materiale. Quando abbiamo scritto le canzoni di Rio Grande Blood, non pensavamo potesse esserci qualcuno in grado di riprodurre i suoni del sound programming dal vivo.
I dischi dei Ministry hanno un forte connotato politico. Quale è la reazione della gente in USA e in Europa?
Credo che non interessi molto. C’è una sorta di resistenza apatica a certe tematiche, in egual misura negli States e in Europa. È la mia opinione certo. Anche se nella concezione del disco viene messo molto impegno per dargli una certa linea comunicativa, il fan standard dei Ministry viene ai concerti solo per fare casino. Per ubriacarsi e divertirsi. Penso sia un veicolo per la sua rabbia istintiva più che un modo di prendere coscienza.
Dopo l’11 settembre, bene o male, gli scrittori scrivono in un altro modo, i registi “girano” in un altro modo. È successo anche alla musica?
No. Alla musica non è successo. La musica ha un carattere poco “informativo”. Ci sono delle eccezioni ovvio, ma a differenza di libri, film e giornali, l’approccio musicale è rimasto identico. Divertimento puro. In pochi badano ai contenuti dei testi.
Avete mai avuto problemi per i contenuti dei vostri brani?
Si certo. Ma mai direttamente. A parte una volta. Jello Biafra ha fatto un show con noi a Sacramento. Il pubblico era per lo più formato da militari (nella contea di Sacramento c’è una base dell’Air Force e uno dei più grandi depositi militari d’armi americano. N.d.J.)… Per il resto però la gente non ci bada. L’atteggiamento diffuso è “meno se ne parla meglio è”. L’importante è farsi gli affari propri e pensare a ciò che è meglio per sé stessi.
Cosa ascolti?
Ho avuto l’occasione di assistere allo spettacolo degli In Extermo, sono stati incredibili. Uno show stupefacente. In giro ci sono un sacco di nuove band interessanti. Me ne sono accorto soprattutto durante questo tour. Per il resto sto riascoltando alcuni “classici” metal come Slayer, Celtic Frost, Overkill; oppure cose come i Joy Division, i Killing Joke: new wave, quella più oscura, non di certo roba come Human League o Pet Shop Boys. Sono vecchio (ride) ricordo, quando con la mia ragazza di allora ascoltavamo quei suoni mentre venivano trasmessi alla radio negli anni ‘80. Tra le band più recenti mi piacciono molto Slipknot, Shadows Fall, As I Lay Dying. Mi piace ancora molto il Thrash vecchia maniera, alla Dark Angel, Exodus e Destruction. L’Emo non mi dispiace anche se mi sta annoiando, salverei gli All That Remains e qualche altra band del Massachusetts. Anche l’Hardcore mi sta annoiando.
Conosci qualche gruppo italiano?
No. Purtroppo no. Anzi aspetta come si chiamava quella punk band molto popolare anni fa?
Negazione.
Negàzioune. Si loro. Grandiosi. Davvero grandiosi. Ma esiste una “metal scene” in Italia?
Procedo alla spiegazione… annuisce…
Be’ avete anche un’ottima scena dance (ride)
Si. E melodica.
Certo. (ride ancora con più gusto). Il mercato italiano è strano, i fan italiani del metal e della musica alternativa sono moltissimi, da voi passano un sacco di band, si vendono abbastanza dischi e producete tanti bootleg che neanche in Sudamerica… eppure… (sembra perplesso)
Visto le prese di posizione dei Ministry, avete mai pensato di pubblicare i dischi con licenza Creative Commons?
Con cosa?
Una licenza diversa dal copyright classico imposto dal mercato che consentirebbe di riprodurre, distribuire, eseguire e modificare il vostro lavoro ma non a fini commerciali. In epoca di peer to peer, i dischi dei Ministry, inutile fare finta di niente, si trovano comunque in rete. Potreste metterli in download gratuito sul vostro sito alla faccia delle major. Presumo che il vero guadagno arrivi in fin dei conti dall’attività live…
Hmm. Mi sembra davvero interessante. Devo informarmi. Certo, i dischi sono un complemento all’attività live ma è vero anche il contrario. Molti sono interessati ad avere l’oggetto in sé. Anche se però non è più come ai tempi del vinile. Il Cd non è un granché come formato. Quando ero giovane mi piaceva avere qualcosa da rigirare tra le mani, da osservare. Mi piaceva l’oggetto. Era bello avere il disco. Era qualcosa di speciale con le foto della band, il poster… sono molto affezionato ai miei dischi. Come quello dei Black Sabbath, uno dei primi che ho preso quando ero ragazzino. Oh mio dio, sono davvero invecchiato (ride).
A proposito di dischi comprati in giovane età… Dimmi dei Prong…
Stiamo lavorando al nuovo disco, che dovrebbe uscire nel 2007. Siamo tornati insieme dopo alcuni anni. Era già successo un’altra volta per dei live show. Anzi l’ultima volta è stata proprio in Italia. Abbiamo suonato a Bologna a un qualche festival. Ricordo che c’erano i Blind Guardian come headliner (”A Summer Day in Hell Festival” del 2003. N.d.J.)
Avete mai pensato di fare un album country? So che Jourgensen è un estimatore del genere.
È vero. Al è un grande fan del country e sta preparando un album del genere. Pensa che è un bravissimo suonatore di slide guitar e pedal steel. Anche a me piace il country, la mia ragazza è un’esperta del genere. Mi chiedo sempre da dove tiri fuori certi dischi. Le domando spesso: “Come diavolo fai a conoscere queste band?” Certo lei è californiana e io sono di New York. A New York nessuno ascolta country.
Che ne pensi dell’incredibile lavoro di Johnny Cash su American Recordings con le cover di Nine Inch Nails, Soundgarden, Danzig?
Grandioso. Quei dischi sono fenomenali. C’è da dire che comunque una buona canzone è e resta una buona canzone. Potrebbe essere reinterpreta anche da un cantante lounge di ultima categoria e sarebbe comunque bella.
Leggi qualcosa quando sei in tour?
Ci provo. Di solito roba che si trova nelle librerie degli aeroporti. Micheal Connelly, Tom Clancy, Dan Brown, Stephen King: puro intrattenimento. Sono bravi scrittori, niente da obiettare, ma intrattenimento è e rimane.
Prendi Dan Brown. Ha preso un paio di cose qua e là. Un po’ di “massonic stuff”, un omicidio, qualche elemento di fantasia e ha costruito un best seller. In realtà è pura immondizia, divertente quanto vuoi ma di sicuro da non prendere sul serio.
Viene in mente il saggio “Beauty and the bestseller” di William Burroughs. Il grande pubblico non ne vuole sapere di sperimentare nulla che non sia in grado di comprendere e alcuni argomenti si prestano alla perfezione allo scopo: quelli che i lettori conoscono già in parte ma che vogliono approfondire. Il successo a colpo sicuro arriva se a questi argomenti viene sommata la minaccia, la sfida posta da essa e la sua risoluzione finale.
Chiaro. Dai alla gente ciò che vuole. La gente non ha voglia di farsi troppe domande ma è comunque incuriosita da certe cose. Una lettura pseudofemminista della Bibbia e una cospirazione per coprirla. Non è possibile che Maria abbia avuto un figlio senza fare sesso. È ovvio, e dare in pasto ai lettori qualche indizio in una direzione del genere o verso una cosa simile stuzzica di sicuro la curiosità. Comunque sia, chiunque dia credito al Codice da Vinci è un demente. Cazzo, è un romanzo da poco e non ha nessun fondamento storico.
La chiesa in Italia influenza la politica del paese. È lo stesso negli USA?
La religione ha molta influenza ma in modo eterogeneo. Non c’è un vero e proprio punto di riferimento come la chiesa cattolica da voi. I protestanti, hanno diversi volti, diversi “sessi”.. E comunque dipende da dove vivi. A New York, ebrei e cattolici hanno una base molto solida, ma al centro del paese e sulla West Coast esistono veri e propri centri di potere religioso. Ci sono un sacco di predicatori conservatori e poi è pieno di fanatici… sono pazzi.
Alle vostre ultime elezioni, si è fatto sentire il peso di certe fasce conservatrici della popolazione che hanno votato addirittura per la prima volta…
Già… (si fa pensieroso)
Comunque, una minima ripercussione sul mondo musicale credo ci sia. So che Marilyn Manson non può suonare da certe parti. E ho visto spesso filmati di dimostranti cristiani davanti ai posti in cui doveva esibirsi.
Si. Succede spesso negli stati della Bible Belt (il centro sudorientale degli USA N.d.J.). Chiariamoci non ho nulla contro quei posti. Mi ci sono trovato sempre molto bene. Si tratta solo di certi gruppi di persone. Bigotti, puritani fanatici. Assholes. Sono degli emarginati, dei fuori casta, eppure hanno potere su diverse comunità. Le stesse che hanno votato per Bush. Lui è solo un fottuto drogato senza cervello. Chi davvero comanda in America sono le banche, le corporation. Le stesse banche che comandano nel mondo. È assurdo. Pensa l’America è uno di paesi più ricchi e potenti del globo eppure c’è un sacco di gente che non ha lavoro, che vive per strada. E in cosa si investe? In tecnologia militare. In armi.
Si crea una specie di circolo vizioso…
Si certo perché i ragazzi poveri, provenienti spesso proprio dalla Bible Belt, senza lavoro finiscono per arruolarsi e andare a combattere… Certo non possiamo biasimarli. Non hanno speranza. Non hanno educazione. Non hanno lavoro. Non hanno nulla. È terribile. Mi rendo conto di ciò che succede anche se non ho vissuto sulla mia pelle questa situazione in fondo sono cresciuto nella middle class. Non me la passavo male, ma nemmeno come qui ragazzini viziati di L.A. che vanno in giro in BMW e non hanno mai lavorato un giorno della loro vita.
27 Feb
Il NIE e il meridiano fantasy
Inserito da kaizenj in Kingdom of Ink, We call upon the author to explain, new italian epic. Taggato con:armando curcio editore, asengard, connettivismo, d\'andrea g.l., elfpunk, estasia, fantascienza, fantasy, Francesco Dimitri, Francesco Falconi, Gianfranco Manfredi, horror, licia troisi, lothar basler, narrativa, new italian epic, NIE, Pan, prodigium, tolkien, urban fantasy, Valerio Evangelisti, wu ming, wunerkind. Lascia un Commento
Uno dei “meridiani e paralleli” che lasciavo aperti in “in margine a un testo esplicito” sulla questione new italian epic era quello legato al fantasy, da allora ho raccolto un po’ di materiale, ne ho discusso in anobii e ne ho parlato con alcuni scittori di genere. Nel famigerato lavoro sul NIE scrivevo: “Se c’è un filone che dal crollo delle Due Torri, ha ritrovato vitalità e nuova linfa vitale, è il fantasy, quando non ripete i canoni dettati dal buon vecchio caro Tolkien offrendo ai lettori pochi e rari spunti interessanti, il più vituperato (assieme al rosa) dei “generi della letteratura di genere” spazza via tutti i concorrenti, e non solo in termini di numeri e di vendite. In questo, senza scomodare Harry Potter, basta andare a curiosare tra gli indici di vendita delle Cronache del mondo emerso della Troisi, che però rientra nel fantasy di ispirazione tolkeniana e dei suoi innumerevoli derivati. Il fantasy si richiama all’epica classica e anzi trova la sua genesi proprio nel mito, nelle saghe, nell’epos e contemporaneamente è narrativa popolare, creatrice di mondi e cosmogonie. È forse il filone che da più tempo, e in modo più efficace, ha fatto della transmedialità una sua caratteristica propria attraverso tutte le sue derive espressive: le fan fiction e la fan art, i giochi di ruolo, i videogame, le pellicole, le serie tv, i fumetti, il cosplay, le parodie perché no, i MMORPG, le illustrazioni, la cartografia, i saggi, i blog, i forum, i software, i siti, le miniature, le action figure, i giochi da tavolo, ecc. ecc. attraverso le quali si sviluppano le storie (lo stesso si potrebbe dire di certa fantascienza, strettamente imparentata con il fantasy come quella di Dune o di Star Wars). In Italia, non c’è solo la trilogia troisiana, con i suoi sequel e prequel vari, derivati dal fantasy moderno di matrice anglosassone naturalmente. Un caso emblematico, punta dell’Iceberg, è Pan di Francesco Dimitri oppure la trilogia del Wunderkind di D’Andrea G.L. Un’ulteriore parentesi andrebbe aperta sul connettivismo.”
Ieri usciva per Panorama.it, un’intervista che mi hanno rilasciato Marco Davide e Francesco Falconi. Qualche giorno fa quella a GL D’Andrea, i mesi scorsi quella a Gianfranco Manfredi e a Valerio Evangelsiti in cui si sfiora il tema e molto tempo fa quella a Francesco Dimitri
Non è ancora tempo per tirare le fila, ma comunque sistemo un altro tassello nel mosaico. Ecco l’intervista al “dinamico duo”
Mentre il dibattito sul New Italian Epic tira le somme di una certa narrativa italiana degli ultimi anni fino a diventare un saggio cartaceo, un genere letterario dalle sorti alterne sembra aver ritrovato vigore, e dopo l’11 settembre – agli esperti le debite congetture -, ha conosciuto una vera e propria crescita esponenziale: il fantasy.
Sempre più articolato, mutevole e pronto alla contaminazione con il fantastico, con il gotico, l’horror e la fantascienza o alla specializzazione (vedi alla voce urban fantasy o elfpunk) questo filone narrativo ha visto anche in Italia il moltiplicarsi di autori e di case editrici disposte a tentare la sorte. Per gli scrittori nostrani il fantasy è sempre stato uno spauracchio e per anni abbiamo importato dai paesi anglosassoni la maggior parte dei romanzi. Da qualche tempo a questa parte però si produce fantasy, con risultati alterni anche qui. Alterni perché alle volte, più che alla qualità delle storie, si è puntato sul presunto caso autore, presentando scrittori giovanissimi come il fenomeno dell’anno salvo poi restare con un pugno di mosche o dandosi la proverbiale zappa sui piedi.
Non è certo una coincidenza che dopo Mondadori con Licia Troisi, anche Einaudi abbia tentato la strada del genere, ci sono poi molte case editrici specializzate o quasi specializzate, come Armenia, Delos Books, Gargoyle, Runde Taarn che stanno investendo molto sul fantasy. Tra esse spiccano Armando Curcio, che da qualche tempo ha dato alla luce un’intera collana dedicata al genere e la piccola e ultrasepcializzata Asengard, nata per passione nel 2006: un editore che pubblica solo ed esclusivamnte narrativa fantastica made in Italy per dimostrare, come dice il fondatore Edoardo Valsesia, che “il buon fantasy (e, in generale, il fantastico) non arriva solo dal resto del mondo.” Asengard ha dato il via anche al progetto “Sanctuary”, un’antologia tematica di racconti e illustrazioni con la prefazione diAlan D. Altieri, a fine benefico.
Due degli scrittori più noti del panorama nostrano sono Marco Davide, autore della Trilogia di Lothar Basler e Francesco Falconi con il ciclo di Estasia e quello di Prodigium.
Come sono nate le vostre storie?
MD: La prima stesura della trilogia di Lothar Basler, di cui sono pubblicati i primi due capitoli (La lama del dolore - Curcio, 735 pp. € 18,90 e Il sangue della terra, Curcio, 766 pp. € 18,90) risale al periodo fra il novembre 1997 e il gennaio 2001. Diversi anni fa, dunque. Nel frattempo, è stata oggetto di svariate revisioni da parte mia, fino all’ultima che ha riguardato il terzo volume, conclusasi pochi giorni fa. L’opera nasce dalla mia esigenza, a valle di un periodo di particolare crescita della mia vita, di dare corpo al lascito emotivo che avevo sedimentato dentro. Avrei potuto esprimermi in diverse maniere, dopo mesi di riflessione optai per un romanzo fantasy in tinta gotica. Tempo che il lascito s’era concretato, di libri avevo finito per scriverne tre.
FF: Estasia, Danny Martine e la Corona Incantata (Curcio, pp. 511, € 14,90), nasce dalla passione per il mondo fantastico che coltivo fin da quando ero piccolo. A 14 anni decisi di scrivere una storia, creando un mio mondo fantasy, con dei personaggi che mi rispecchiassero totalmente. Nel 2005, sotto consiglio di un amico, decisi poi di completarlo e riscrivere qualche parte. In pochi giorni mi ritrovai di nuovo immerso in Estasia e, dopo varie stesure, riuscii a convincere Armando Curcio Editore che lo pubblicò nel 2006.
Estasia, il Sigillo del Triadema (Curcio, pp. 510, € 14,90), pubblicato nel 2007, rappresenta il mio primo vero tentativo di evoluzione come scrittore. Trama più complessa, personaggi più tridimensionali, sentimenti e fantasia visti da una nuova prospettiva. Temevo di spiazzare i lettori che avevano apprezzato lo stile del primo volume, ma per fortuna hanno apprezzato questo cambiamento.
Questa evoluzione del mondo di Estasia si concluderà con Nemesi, in uscita per aprile 2009, con atmosfere decisamente più adulte dei precedenti.
Prodigium, i Figli degli Elementi (Asengard pp. 409, € 16,50) è un progetto iniziato nel 2007, a cavallo tra le uscite della precedente saga. Sentivo la necessità di scrivere un libro completamente diverso da Estasia, in cui la storia nascesse direttamente dai personaggi e non da un mondo fantastico. Un romanzo che si incentra sull’introspezione dei quattro protagonisti, dall’esistenza tormentata a cavallo tra l’adolescenza e l’età adulta, sul loro bisogno di emancipazione e sul desiderio di sconfiggere la solitudine che li schiaccia nella metropoli di Synapsis. Un libro dalla trama complessa, dalle atmosfere più urban che fantastiche, rivolto a un pubblico di young adults.
Perché avete scelto il fantasy come registro narrativo?
MD: Come dicevo, la trilogia nasce da un’emozione. Poteva tradursi in molte forme, alla fine è stata una saga fantasy. Ma il genere è subordinato alla storia e ai sentimenti che volevo trasmettere. Sentimenti universali, di ogni ‘colore’, che avrebbero potuto essere impiantati in generi disparati, dallo storico al thriller, dal rosa alla fantascienza. Le ragioni della mia scelta fantasy sono essenzialmente due: innanzitutto è un genere che mi appassiona e che si presta bene quale cassa di risonanza alle estremizzazioni e ai contrasti, modulato da un certo genere di epica, senza per questo impedire la pittura di uno scenario realistico; in secondo luogo lascia ampia libertà nella definizione delle leggi che lo regolano, purché si rimanga nel seguito coerenti alle stesse.
FF: Non è stata una scelta forzata, ma del tutto naturale. Il genere fantasy mi permette di esprimere le mie emozioni e raccontare le storie che ho in mente. Purtroppo spesso si sottovaluta la letteratura fantastica, perché i pregiudizi portano a pensare che tratti solo temi avulsi dalla realtà. Ovviamente credo fermamente nel contrario. Interpreto un libro esattamente come un quadro: il pittore sceglie la tecnica con la quale desidera creare la sua opera, ma ha in mente un solo obiettivo: trasmettere un’emozione.
E, in futuro, non è escluso che mi cimenti in altri generi narrativi.
Il fantasy nostrano è solo derivativo o sta intraprendendo una sua direzione? Qual è secondo voi la cifra del fantasy italiano?
MD: Il fantasy affonda le radici in un suolo estraneo alle nostre tradizioni. Per questo motivo è germinato e prolificato altrove e (purtroppo) è stato accolto con diffidenza una volta sbarcato in area mediterranea. Non è dunque un caso che la nostra produzione percorra, ora più ora meno, solchi già scavati. Innanzitutto, vorrei precisare che non ci trovo nulla di male. Il fantasy nostrano è un genere piuttosto giovane, per certi versi legittimamente acerbo. Che male c’è ad attingere dal ricco patrimonio accumulato da decenni di produzione straniera, soprattutto di matrice anglosassone? Io credo che una storia vista e rivista possa sempre essere raccontata di nuovo in maniera interessante, andando a caratterizzare i variegati parametri dello stile narrativo. All’osso, la narrativa affronta da secoli un paniere comune di temi, dopotutto. Il che, d’altronde, non mi porta certo a sminuire il ruolo e il valore dell’originalità come ingrediente a servizio di una nuova storia o una nuova ambientazione. Detto ciò, affacciandomi da un immaginario balcone io vedo transitare lungo la via autori italiani differenti, per proposte, stile, target di riferimento e – è banale persino sottolinearlo – talento. C’è da crescere, ma la buona notizia è che l’offerta migliora e si sviluppa anno dopo anno. A mio avviso non abbiamo ancora maturato una produzione tale da poter definire un filone nazionale, caratterizzato da stilemi e modelli precipui. In compenso, noto come attualmente diversi editori (ahimè anche fra i maggiori) si buttino a capofitto sul genere con uno spirito oltremodo commerciale, poco interessato alla qualità dell’offerta. È il lato oscuro delle mode. E in Italia il fantasy (autentico o presunto) ultimamente lo sta diventando.
FF: Un genere letterario trova la sua identità nel momento in cui esistono case editrici e lettori. Indubbiamente il fantasy ha una derivazione anglosassone e spesso assistiamo a una tendenza esterofila degli appassionati di settore. Negli ultimi anni, tuttavia, le case editrici stanno puntando molto su questo genere e, a prescindere da meri intenti commerciali, ciò sta dando la possibilità a molti autori di cimentarsi nel fantastico, crescere e trovare una propria peculiarità.
Sono convinto che in futuro la letteratura fantastica prenderà sempre più piede in Italia. Non credo affatto che il fantasy sia una moda passeggera, ritengo tuttavia che debba fisiologicamente adattarsi al mondo di oggi. Perciò penso che sottogeneri quali l’high fantasy di matrice tolkeniana subiranno un’involuzione, a favore di romanzi più moderni, con contaminazione di fantascienza, horror ed elementi ancora più originali.

